C’è un’abitudine mentale che attraversa il nostro settore, e vale la pena guardarla in faccia: troppi carrozzieri pensano alla “tariffa” come a un porto sicuro. Sembra un luogo comodo dove stare, qualcosa che protegge dalla fatica di confrontarsi ogni giorno con il mercato. Ma quel porto è una gabbia, e l’abbiamo costruita noi.

La tariffa nasce come riferimento amministrato: la fissano enti pubblici, la negoziano le assicurazioni con le carrozzerie convenzionate. È un numero che qualcun altro decide per noi, pensato per regolare un rapporto contrattuale – non per misurare il valore del nostro lavoro.

Quando chiamiamo “tariffa” il prezzo della nostra mano d’opera, accettiamo in anticipo che il nostro lavoro valga quanto deciso da altri.

Il problema comincia qui. Quando usiamo quella stessa parola – tariffa – per parlare del costo della mano d’opera con fornitori, colleghi, compagnie e clienti, ancoriamo la nostra remunerazione a una logica che non controlliamo, con regole che non abbiamo scritto noi.

Il prezzo è un’altra cosa. È quello che noi, come imprenditori, scegliamo di chiedere per il valore che produciamo: competenza tecnica, qualità, garanzia, tempi, relazione con il cliente. È una decisione imprenditoriale, non un’eredità contrattuale.

La battaglia non si vince prima sul mercato. Si vince prima nella nostra testa.

Dobbiamo essere noi i primi a smettere di dire “tariffa” quando parliamo del costo della nostra mano d’opera, e iniziare a dire prezzo – con chiunque: colleghi, fornitori, compagnie, clienti.

Non è solo una questione di linguaggio: le parole che usiamo per descrivere il nostro lavoro finiscono per definire come lo pensiamo, come lo negoziamo, come lo difendiamo.

Federcarrozzieri ha il compito di portare avanti questa battaglia culturale insieme alle imprese. Non possiamo chiedere al mercato di valorizzare la mano d’opera se per primi continuiamo a parlarne con il linguaggio della tariffa amministrata.

Cambiare parola è il primo passo per cambiare comportamento: dalla tariffa al prezzo, dalla gabbia comoda alla libertà – e alla responsabilità – di decidere quanto valiamo.

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